IL FUTURO È ADESSO – Etica alimentare

Per avere una pianta sana ci vuole un seme sano.
Sembra così scontato ma non lo è.
Quando ero piccola ascoltava perplessa zia Teresa, quando diceva che lei dal suo raccolto metteva da parte i semi per la prossima semina. Io, molto ingenuamente osservavo: “Ma zia perché tutto questo lavoro? I semi li vendono in comode bustine: compri-pianti-raccogli!”. E la paziente zia rispondeva: “I semi che vendono durano un solo anno, poi sei costretto a ricomprarli. E chi mi assicura che quello che compro non sia stato modificato geneticamente?”.
Zia Teresa diceva in parole semplici questo:

La semina ed il seminare sono un atto culturale archetipico dell’Umanità. La coscienza è proiettata nel futuro. Proviamo gratitudine per il passato raccolto che ci nutre e una parte di questo lo riseminiamo perché da esso possa crescere un nuovo raccolto. Oggi tutto ciò non è possibile perché il seme moderno non soddisfa queste caratteristiche.

E applicava nel suo piccolo quello che è ampiamente trattato nel sito da cui ho preso la frase: Seminare il futuro!

Quello che la mia saggia zia intuiva era che: “… il problema principale: il mercato mondiale del seme vale miliardi di dollari ed è per oltre il 50% nelle mani di poche grandi corporazioni, alcune delle quali controllano contemporaneamente un altro mercato multimiliardario, quello dei pesticidi. I semi, punto di partenza e insieme punto di arrivo di ciò che maciniamo, trasformiamo, mangiamo e vendiamo, si trovano così al centro degli argomenti più dibattuti, dallo sviluppo al cambiamento climatico fino alle conseguenze sulla salute, e la scelta di cosa coltivare e come, diventa cruciale per tutti noi.” Argomento questo trattato nel libro  Seminare il futuro  di Salvatore Ceccarelli e Stefania Grando.

Il libro inizia con un quadro che non ci rassicura e vorrebbe, io credo, liberarci dalla quieta ignoranza in cui ci culliamo per renderci consapevoli delle scelte corrette da fare oggi per salvaguardare il futuro nostro e delle generazioni a venire.

Il titolo del nostro libro parla anche di futuro, e qui, senza voler essere troppo allarmisti, siamo messi veramente male, almeno a leggere una delle riviste mediche più accreditate, se non la più accreditata, cioè «The Lancet», fondata nel 1823. Un breve articolo, meno di due pagine, a commento di un rapporto pubblicato agli inizi del 2019 dalla stessa rivista e frutto di due anni di lavoro da parte di trentasette esperti di sedici paesi, dice: «Il mondo non è più in grado di alimentare le persone con una dieta sana e allo stesso tempo mantenere le risorse del pianeta», prospettando quindi un futuro pieno di incognite. E continua: «Per la prima volta in duecentomila anni di storia, l’uomo non è più in sincronia né con il pianeta né con la natura. Questa crisi sta accelerando, mettendo a dura prova i sistemi naturali – quindi acqua, suolo, aria, clima eccetera -, portandoli ai loro limiti e minacciando l’esistenza stessa degli esseri umani e di altre specie». Questa influenza, di dimensioni senza precedenti, dell’uomo sul mondo che Io circonda ha portato a definire «Antropocene» l’era geologica in cui viviamo.

Da Wikipedia: Il primo studioso a proporre una definizione specifica per l’era geologica in cui la Terra è massicciamente segnata dalla attività umana fu il geologo Antonio Stoppani, che nel 1873 scrisse che l’attività umana rappresentava una nuova forza tellurica e propose il termine di era antropozoica per definirla.

Già 150 anni fa si intuiva che l’azione dell’uomo sul pianeta avrebbe avuto delle conseguenze che forse allora non prevedevano quello che è in atto oggi , nel disinteresse della maggior parte della popolazione umana.


Lo stesso rapporto punta il dito contro il cibo, spiegando che da almeno cinquant’anni le diete non sono più ottimali dal punto di vista nutrizionale. Infatti, mentre da una parte contribuiscono in modo notevole al cambiamento climatico, dall’altra accelerano il processo di erosione della biodiversità naturale, cioè della varietà degli organismi viventi animali e vegetali, che ci circondano, compresi i microrganismi e in particolare quelli che si trovano nel terreno. Sul banco degli imputati c’è il sistema alimentare, cioè il complesso di processi che va dalla produzione delle materie prime alla loro trasformazione, dal trasporto – sempre in costante aumento e sempre più spesso su lunghe distanze – alla distribuzione. Gli sprechi sono presenti lungo tutta la filiera, fino ad arrivare al consumatore.
Dietro questo sistema alimentare c’è un tipo di agricoltura, quella praticata in modo industriale, che, pur assicurando le produzioni ai massimi livelli quantitativi di sempre, non è resiliente, cioè non è capace, per esempio, di assorbire senza danni le differenze di piovosità e temperatura che si verificano da un anno all’altro, e quindi è molto vulnerabile. Non è nemmeno sostenibile, perché consuma più energia di quella che produce risultando molto meno efficiente di altri sistemi più rispettosi della natura.

Un altro mondo locandina

Thomas Torelli, regista, autore e produttore indipendente ha sviluppato, con la competenza e sensibilità che lo contraddistingue, questo argomento nel documentario del 2017 Food ReLOVution: tutto ciò che mangi ha una conseguenza.
Scegliere ciò che mangiamo con consapevolezza è un atto rivoluzionario che può cambiare il mondo e scegliendo esercitiamo il nostro potere personale, evitando di sentirci vittime di un sistema che critichiamo e nel quale ci sentiamo impotenti.

 

Una risposta.

  1. Stefania ha detto:

    Ho una coppia di carissimi amici agricoltori e allevatori che ci avevano raccontato questa realtà dei semi ancora alcuni anni fa. Allora ero rimasta scossa dalla cosa cominciando ad osservare che era vero. I semi delle pannocchie che cadevano sul terreno al momento della raccolta riuscivano a far nascere la piantina che però non era in grado di dare frutto. Era bloccata lì così. Noi ci riflettiamo ancora poco, ma ascoltare queste realtà e soprattutto la motivazione per cui modificano i semi a comportarsi così scuote molto.

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